Agosto 2014 – Groenlandia, esplorazione dello Scoresby Sund

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Scoresby Sund è uno scenografico profondo fiordo lungo la costa nord orientale della Groenlandia libero dai ghiacci solo per un paio di mesi all’anno. Al suo interno il villaggio più isolato dell’intera Groenlandia dove vivono alcune centinaia di Inuit cacciatori di Narvali, una miriade di ghiacciai, montagne altissime ed impressionanti iceberg. Immaginate di essere a bordo di un veliero di legno di quercia a due alberi costruito 60 anni or sono e di navigare in queste acque, proprio come facevano gli esploratori che scoprirono queste terre.

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RACCONTO

 

29/7 La notte, qui in Islanda, non esiste infatti siamo arrivati all’aeroporto all’una di mattina e durante il tragitto verso l’albergo ci ha accompagnati l’alba coi suoi colori.

30/7 Ci alziamo  con un bel sole e ci dirigiamo verso il piccolo aeroporto dove un piccolo aereo ci porterà in Groenlandia alla  Scoresby Sund. Arrivati conosciamo i nostri compagni; il gruppo è costituito da persone provenienti da tutto il mondo: Israele, Australia, USA, Francia, Argentina, Moldavia, Italia. La crew è comandata dal Capitano Islandese, l’aiuto è tedesco e il cuoco Norvegese.
Sono molto preoccupata oltre che dal freddo per il mio terribile e scarso inglese.
Il capitano, bellissimo vichingo, ci accoglie e ci accompagna a piedi verso la baia dove è ormeggiato il veliero, un due alberi imponente.
Saliamo a bordo e la prima impressione non è proprio delle migliori, non assomiglia molto a quelli ancorati nel porto di Portofino.
Ci vengono date le prime raccomandazioni pratiche nell’utilizzo degli spazi e per il comportamento, puntualizzando soprattutto la necessità di collaborazione.
Piero, che è la guida per tutti, cincischia sull’assegnazione delle cabine. Cabina è parola eufemistica, trattasi di loculi assai scomodi e a noi ne capita uno assurdo: certo è la n° 6, ma non quella prenotata col n° 6 da Milano. Sarà stata sfiga o mancanza di fortuna!
Linda entra in crisi ed io per rassicurarla non posso fare la mia tipica sceneggiata. Ormai dobbiamo, obtorto collo, accettare le due  misere cuccette. Ci consoliamo decidendo di non lavarci né cambiarci per tutto il viaggio (impensabile aprire le valigie e tentare di cambiarsi nell’angusto spazio libero della cabina e/o del bagno).
Alla bene meglio ci rassegniamo e mangio una buona minestra di patata dolce. (la cucina sarà sempre ottima ed il pane caldo del mattino e del mezzogiorno eccezionale)
Con noi è arrivata la ragazza Norvegese del cuoco (dai nomi impronunciabili) e commuove con la tenerezza dei mille abbracci per il suo amato.
Questa volta il Capricorno fortunato è Gabriella: ha addirittura una lunga mensola su cui porre in bell’ordine tutti i suoi indumenti, che le invidiamo.
Ho una valigia enorme, troppo pesante, troppo ingombrante, troppo inutile.
La sera, con lo zodiac, facciamo la prima discesa per visitare l’ultimo paese abitato del lato est della Groenlandia, il villaggio di Ittoqqortoormiit, per cenare in casa di un abitante Inuit. Ci immaginiamo una cena caratteristica invece è solo deprimente e mangiamo in un imbarazzo generale, non so se perché non ci conosciamo o è la tovaglia quasi natalizia.
Per scendere dalla costa e risalire sullo zodiac dobbiamo utilizzare una scala stile ferrata terribile. Un po’ di paura ma poi tutto Ok.
Prendo la mia Melatonina forte e mi sdraio nella cuccia cercando di non farmi prendere dalla claustrofobia.

31/7 Colazione buona ed iniziamo a familiarizzare con i nostri compagni. Il telefono da ora resterà muto, i collegamenti telematici non sono più possibili e inizia l’avventura.
Ci aspetta una giornata di navigazione ma lo scenario è stupendo.
Percorriamo il fiordo e ci affiancano numerosi iceberg di diversa dimensione, i cui colori variano dal bianco all’azzurro, al verde, al cobalto ed anche qualche scura macchia. Li avviciniamo, li circumnavighiamo per goderne le diverse prospettive, sembrano fra di loro in concorso di bellezza. La luce del sole che vi si riflette li trasforma in qualcosa di trascendente, uno spettacolo unico.
La loro estensione è incredibile sia in altezza, larghezza e profondità.
Lo splendore fa salire l’adrenalina e scattiamo foto in sequenza continua presi dalla frenesia.
Verso sera il veliero incontra il pack e il Capitano deve procedere con lentezza ed attenzione maggiore per cercare la via più opportuna per attraversarlo.
Indossiamo le rosse maxi tute di sicurezza in dotazione e scendiamo sulla banchisa.
(Sono veramente ridicola ma calda. Se penso a quanto tempo e soldi sprecati alla ricerca di un abbigliamento adatto che risulta  insufficiente.) Sembriamo tante donnine Michelin
Dopo cena vengono avvistati in lontananza 4 orsi e 4 foche. Troppo lontane per una foto ricordo.
Il tramonto si mostra tardi nella notte. La luce calda e carezzevole è di una luminosità che dà gaiezza.
Per studiare la consistenza della banchisa il Capitano deve salire sulle scale di corda dell’albero maestro, sembriamo in attesa di un attacco piratesco.
Il pack, col suo movimento lento ma costante, preoccupa ed anche se la baia è accogliente si decide di proseguire.
Mi corico nella mia cuccia ma il letto è scosso dal vibrare del motore: buona notte

1/8 Ci svegliamo, la baia è bellissima ma una sgradevole flotta di moschitos ci assale. Per fare la passeggiata ci dobbiamo infilare in testa la “retina” unica salvezza dalle noiose punture.
Trattasi di un assalto in piena regola ma noi con coraggio scendiamo a terra. Vogliamo visitare il luogo dei primi esploratori scienziati.
Il paesaggio ci sorprende, il terreno è puntellinato da centinaia di piccoli fiori rosa, gialli e bianchi. Subito Gabriella ne elenca i nomi scientifici e li fotografa.
Ecco il salice che striscia per terra, unico albero dei paesi artici, così ci spiega Piero.
La frenesia di fotografare comincia a scemare e neppure il centinaio di foche lontane ci interessano più.
Il sole cede il passo al veloce correre delle nuvole che abbracciano gli iceberg e poi fuggono dando vita a uno spettacolare gioco di luce.
Dopo il BBQ sul ponte (un po’ sottotono per la difficoltà di sedersi e posare i piatti) Linda lancia l’idea di scendere lungo la spiaggia dove sono campeggiati i cacciatori (hunter di bue muschiato secondo Piero).
Passeggiamo sulla collina in fiore ( i ragazzi (uomini) trovano un pallone e giocano un po’) e poi lungo la riva per dilettarci a vedere cosa hanno pescato. Sorpresa!: a terra giace un Narvalo squartato. Un Inuit si avvicina minaccioso e con tono imperioso ci diffida dal fotografare. La giustificazione consiste nel pericolo che le foto possano essere viste dai terribili “seguaci” di Greenpeace.
Scambiamo con loro qualche parola e Piero li addolcisce, così ci raccontano qualcosa del loro campeggiare. Nel mentre da una tenda si alza un grido, forte e secco, il nostro interlocutore scusandosi velocemente corre alla barca seguito da un ragazzino. Una donna, un po’ troppo robusta gli porta il fucile non proprio velocemente.
Scopriamo che il grido è il segnale di avvistamento di nuovi narvali. Un ragazzo sui 15 anni prende la seconda barca ed anch’egli si lancia all’inseguimento.
Una nuova eccitazione ci pervade e nonostante la tarda ora decidiamo di rimanere per osservare il rientro delle barche e del loro bottino.
Nell’attesa lungo la costa fanno capolino velocemente due narvali che spariscono nelle acque.
Dalle barche parte il primo colpo di fucile, seguito da un secondo e da un terzo.
Sarò sempre contraria alla caccia ma in questo momento è più forte il desiderio di vedere i narvali che riesco a tifare per i cacciatori.
Immobili restiamo in attesa ma lentamente realizziamo che gli Inuit non hanno alcuna intenzione di rientrare e renderci partecipi della gioia mostrandoci i trofei di caccia.
Scoraggiati comprendiamo che fino a quando non ci saremo allontanati le barche con le prede non rientreranno.
(Alla partenza, in aeroporto fortuna ci fa rincontrare il nostro cacciatore e scopriamo che avevano catturato ben cinque narvali durante tutta la notte. Ci confessa che ha dormito per i due giorni successivi tanta la stanchezza  e la fatica.)
Ritorniamo quindi al nostro zodiac il quale risulta arenato sulla spiaggia. Occorre la forza di tutti per spingerlo in acqua ma realizziamo che io e Irit non abbiamo gli stivali. Posso dare solo un primo aiuto ma poi si deve entrare in acqua.
Come risalire sul gommone? Nessun problema Piero e Philip formano la sedia con le braccia e veniamo così portare sullo zodiac come due regine (ovviamente siamo le uniche grasse della compagnia).

2/8 Giornata di ghiaccio!
La destinazione è l’Isola rossa coronata da iceberg di diversa dimensione, forma, colore.
La baia ci appare come un tempio dove le opere d’arte sono esposte in modo sublime e ci aggiriamo con piacere. La bellezza che ci circonda non ci permette di parlare, solo fotografare. Saltiamo a destra e sinistra a seconda delle manovre del capitano che si avvicina sempre di più.
Sculture di arte divina ci appaiono gli iceberg. Ognuno li interpreta secondo la propria sensibilità. Fotografa secondo angolazioni capaci di soddisfare la più personale vena artistica.
Con il gommone giriamo intorno a questi capolavori di ghiaccio, il sole si rifrange su di loro rendendoli abbaglianti.
Siamo in religioso silenzio e solo le macchine fotografiche scattano veloci per cogliere quel particolare, quella speciale venatura, quell’azzurro che merita di essere immortalato, quel foro che esalta la profondità, quel pinnacolo che rimanda a guglie di cattedrale.
Poi l’idea geniale: saliamo su un iceberg. E’ maestoso, candido e ci accoglie come una piazza invernale parata a festa. Sembriamo bambini alla giostra, ci muoviamo inizialmente a passi incerti poi ci facciamo coraggio, ci fotografiamo reciprocamente e siamo felici presi da una leggiadria spumeggiante.
Ci sentiamo unici! Privilegiati nel godere di una natura grandiosa,  splendida e sublime.
Il tempo vola e la batteria della mia macchina fotografica mi abbandona tanto è stato l’utilizzo.
Rientriamo estasiati, certi che nulla di più bello potrà nuovamente emozionarci.
Dopo il pranzo il capitano avvicina la barca al fronte del ghiacciaio che ci sovrasta: h 133m, lunghezza 3Km. Bellissimo!
Il veliero gli va incontro, gli iceberg disegnano un girotondo, il sole splende.
Piero ci invita a salire sul ghiacciaio. Increduli ci guardiamo smarriti! Possiamo veramente?
Si fanno due tentativi e quindi possiamo scendere, Gabriella in testa a mo’ di capretta scende e in due secondi è salita. Io sono titubante, Linda mi aiuta e Gabriella mi sollecita rassicurandomi. Non conosce la difficoltà di portare a passeggio 70Kg.
Aspettiamo il secondo gruppo e ci avviamo dietro a Piero col fucile. Sembriamo l’armata Brancaleone ma la fatica vale l’emozione che lo spettacolo ci riserva. Scopriamo la grandiosità e l’incredibile espansione di un ghiacciaio della Groenlandia.

3/8 Domenica, gita fuori bordo!
Un piccolo gruppo di passeggeri, composto dalle tre “vecchie” signore, tre uomini e Piero che porta uno zaino pesantissimo ed il fucile, si avvia per la passeggiata sulle colline fino al ghiacciaio. Ore previste di camminata 7, ore reali 9.
Cade una leggera pioggerellina e così l’abbigliamento di noi signore raddoppia.  Al normale equipaggiamento a cipolla si aggiunge la giacca antipioggia.
I giovani Tomas, Lionel e il signor Jacob hanno il loro semplice e normale abbigliamento, identico agli altri giorni.
Panino ed acqua nello zaino. In allegria salutiamo chi rimane a bordo che un po’ ci invidiano. Piero è stato inflessibile: “solo chi non rallenta il gruppo”. Chiaramente io non avrei dovuto esserci ma le mie due Amazzoni vegetariane super sportive non hanno accettato la mia titubanza: “devi venire, il trio non può essere diviso”. Preoccupata mi avvio.
Dopo la breve e ripida salita le giacche spariscono negli zaini, che si appesantiscono. Il sole ha deciso di accompagnare la nostra fatica.
Trotterelliamo dietro a Piero che imbraccia il fucile. Tomas come un carabiniere chiude la fila. Agile ed elegante come un cerbiatto rinuncia a fotografare pur di essere fedele al proprio compito di rassicurare gli ultimi.
Gli spazi sono così ampi che non permettono di predefinire le distanze. Continuiamo ad avanzare su lunghe salite e brevi valli che si susseguono ma la cima si allontana sempre più. Fiori, colori, rocce di diversa costituzione, laghetti dalle acque pure attirano e chiedono di essere fotografati. La marcia verso la meta continua.
Improvvisamente un bue muschiato (attenzione trattasi di un ovino e non di bovino) si ferma, ci osserva e un po’ infastidito si gira e si nasconde senza permetterci di fotografarlo.
Piero corre in avanti per individuare il suo nascondiglio, l’anfratto in cui è sparito ma nulla. Eppure è ben grosso!. Decide di avvisare subito la nave di questa presenza lungo la costa, dando le coordinate. La Opal, nella voce del Capitano, risponde: “obbedisco, lo zodiac partirà subito alla ricerca”.
Molto delusi riprendiamo la salita ed ecco due lunghe e bianche orecchie vibrano lontano. Ci avviciniamo così ad una candida lepre che ci guarda. Sosta ancora qualche minuto lasciandosi fotografare come un’attrice famosa quindi corre via saltellando sulle zampe posteriori. Elegante ed agile, delicata e schiva ci fa dimenticare la delusione del bue muschiato.
Avanziamo e scopriamo altre simpatiche lepri che mangiano serene. Il desiderio di accarezzare la loro candida pelliccia è grande.
La cima che dobbiamo raggiungere sembra allontanarsi sempre più, superiamo colline ma lei è sempre là invitante e sfuggente.
Verso mezzogiorno ecco un punto panoramico perfetto per la colazione al sacco. Gabriella previdente aveva fatto portare una bottiglia di Sauvignon e così brindiamo  alla nostra fatica che ci permette di godere questi panorami meravigliosi, questi spazi infiniti, questi colori dalle mille sfumature sia nel verde che nelle rocce.
Chissà se i primi avventurosi esploratori avevano con loro questo nettare divino!
La sosta ha termine, il ghiacciaio ci aspetta oltre quella cima più alta, si riprende il cammino fotografando qualche lontano bue muschiato e siamo felici.
Eccoci, Piero è già seduto ma non ci avvisa di quale scenario meraviglioso ci sta attendendo, vuole che la scopriamo coi nostri occhi, vuole che la sorpresa amplifichi lo splendore del ghiaccio, dell’acqua, della valle.
Un magnifico ed imponente ghiacciaio è là sotto, ricco di laghetti blu cobalto, tutto increspato da mille onde di ghiaccio.
Nell’acqua cinque blocchi di ghiaccio fanno da ponte fra le due rive quasi a segnare il lungo passo di un gigante.
Tomas si allontana per un selfie che fissi la sua gioia incorniciata dallo splendore di luce, neve, ghiaccio. Si vede che è giovani!
Dobbiamo rientrare, la strada da percorrere fino al mare è lunga così ci incamminiamo per una diversa via, lungo il ruscello che scorre in fondo alla valle.
La discesa richiede di correre in un bush faticoso. Solo ora realizziamo quanta strada è stata percorsa! Come un miraggio la sponda dove è ormeggiato il veliero si allontana ad ogni passo. Sarà stanchezza? Piero è certo che ce la faremo. Su e giù, nel torrente, sopra i massi, sulla roccia come caprette o nel verde come buoi ma la riva si allontana.
Improvvisamente Tomas ci invita al silenzio e come in un film appare un giovanissimo bue muschiato. Si ferma, ci guarda e si domanda: saranno pericolosi quei bipedi? Sembra voglia attaccarci, pur nella sua giovinezza è una bella bestia possente. Poi, scaltro, si ripara fra due rocce e immobile attende. La mamma lo ha ben istruito e così applica i consigli ricevuti. Bene la curiosità ma meglio nascondersi.
Restiamo immobili e in silenzio ci serriamo intorno a Piero. Sappiamo che presto arriverà la mamma. Piero carica il fucile, colpo in canna pronto a sparare in aria. Fermo e sicuro attende. Come in Bambi nel pericolo appare il possente padre, qui una bellissima mamma si staglia in cima alla collina, ci guarda e avanza decisa verso di noi. È possente e si domanda cosa abbiamo fatto di male al suo piccolo, pochi secondi in cui valutare e prendere le decisioni. Sbuffa forte ed avanza preoccupata, ma improvvisamente  un sollievo si legge sul suo volto, ha visto dove è nascosto il suo cucciolo e come ogni mamma lo perdona, si dimentica di noi e corre da lui. Gli si avvicina, si affianca e proteggendolo si allontanano con passo fermo ma senza correre.
Siamo estasiati, abbiamo vissuto un “corto”. Siamo emozionati chissà se le fotografie sapranno riprodurre lo spirito di questa visione.
Riprende la discesa, lunga e faticosa, ma non ci pesa più. Quello che abbiamo visto commuove il cuore.
Finalmente arriviamo, il miraggio diventa realtà. Chiamiamo Opal perché vengano a recuperarci.
La giornata ci riserva una nuova emozione, una foca nuota al fianco del nostro zodiac.
Risaliamo sul veliero dove la bella norvegese ci attende  con spumante rosé. Tutti si stringono attorno a noi, si complimentano per la nostra impresa. Brindiamo felici e una nuova ciliegina ci viene offerta: possiamo fare liberamente la doccia, gli altri passeggeri sono stati avvisati che l’acqua calda è tutta a disposizione delle signore. La cena non verrà servita fino a quando noi non saremo pronte.
Dopo cena dolce al cioccolato sul ponte.

4/8 Ancora emozioni.
Giornata tranquilla di navigazione. Il fiordo si restringe e un nuovo scenario si presenta: le montagne cambiano aspetto e colore. Come dirupi cadono in acqua dove riflettono la loro maestosità. Sono spettacolari, incutono rispetto e ci impongono un silenzio meravigliato.
Scendiamo con il gommone per immortalare la Opal nella sulla bellezza. È ormeggiata a due ganci nella roccia. Al suono risponde l’eco. Tutto è magico.
All’improvviso non dobbiamo più volgere lo sguardo solo verso le cime delle alte pareti a strapiombo perché una piccolissima foca, su un piccolissimo iceberg, sonnecchia e ci obbliga a fotografarla.
Il capitano compie ampi cerchi, col veliero, intorno a lei per permetterci di ammirarla sempre più vicina. Lei alza il capino e indifferente continua a completare la sua abbronzatura al sole. Qualcuno ha l’idea di darle la lisca dell’ottimo pesce pescato il giorno precedente. Lei spaventata si tuffa veloce nelle gelide acque e sparisce. Un po’ rammaricati riprendiamo la lettura, la fotografia e la pennichella al sole.
Dopo cena passeggiata sulla terraferma. L’assalto dei famelici moschiti ci obbliga alla ritirata e così lasciamo un prato coperto di muschi e fiori.
Il capitano deve bruciare una parte di spazzatura. Occorre trovare il luogo giusto. Dovrebbe essere un piccolo iceberg ma il sondaggio che Piero compie su ogni suo lato è negativo e quindi riportate sul veliero le signore, gli uomini continuano la ricerca e compiono la loro missione.
Prima il capitano e Philip hanno posizionato le reti, anche domani pesce fresco.

5/8 A vele spiegate
Al mattino presto Erik, il cuoco, è già in azione per la pulizia di bellissimi pesci, il sashimi al mezzogiorno è stupendo (ne pone un piattino in frigo per offrirmelo a colazione il mattino successivo). L’equipaggio è fantastico, ha mille attenzioni per tutti noi, non si risparmia. Sono pochi ma attivi.
Nel pomeriggio il vento si alza, il mare si agita e il mio stomaco si fa sentire.
Il capitano chiama a raccolta, si devono alzare le vele. Tutte le vele e veleggiare.
Il ponte si agita gioiosamente ma non sappiamo come posizionarci per riprendere ogni manovra, le vele sono altissime. Nessuno sente più il vento gelido. Tutti i nasi in alto.
Tomas si posiziona sulla rete a prua come un leopardo si arrampica e scioglie, con sudore della fronte e forza muscolare, le vele.
Tutti emozionati lo fotografiamo in ogni suo movimento.
Equipaggio e i giovani, sotto lo sguardo vigile del capitano, si muovono secondo le istruzioni e finalmente tutte le vele sono issate.
Il nostro veliero è bellissimo e corre dolcemente e silenziosamente sulle onde. Emozione fantastica.
Ma il nostro viaggio volge al termine, arriviamo vicino all’aeroporto e l’indomani sbarcheremo.
E’ tardi, nessuno si è accorto dell’orario, tutti presi ad ammirare il veleggiare.
Piero ringrazia l’equipaggio a nome di tutti, interpreta perfettamente i sentimenti del nostro cuore.

6/8 Aeroporto
Assistiamo al movimento aereo, incredibile, che si concentra in questo inesistente aeroporto: piccoli aerei scaricano e caricano passeggeri con relative guide, elicotteri si alzano con i loro ospiti.
Incontriamo l’Inuit della caccia ai narvali e scopriamo che è una guida con clienti. Così ci racconta quella notte agitata.
Il check in è fantastico: una ragazza ci chiede il nome lo spunta, la nazionalità la scrive, il bagaglio lo pesa. Le formalità sono completate.
Arriviamo così a Reykjavik dove ci aspetta un letto vero e pulito ed una super doccia.
La frenesia dello shopping ci prende. Su e giù per le due vie piene di turisti e negozietti particolari, artigiani di ogni genere: ceramica, abiti, gioielli.
Compriamo cose uniche, le useremo poi in città? Ma ci piacciono e dobbiamo riempire la giornata. Anche questo fa parte del gioco e noi giochiamo. Poi scopriamo che c’è il VAT refund, e allora via alle spese e poi in fila per il rimborso. Ci vengono restituiti soldi in valuta locale e quindi? Via ad altre spese, è un circolo vizioso che viene avviato.
La cena in ristorante è di ottima qualità e la apprezziamo. Poi in aeroporto alla ricerca dell’ufficio per l’ultimo VAT refund.
Siamo sinceri ci siamo divertiti, ci siamo emozionati. Meravigliati abbiamo tacciuto, scattato centinaia di foto, goduto di scenari spettacolari. Come novelli esploratori navigato in un fiordo unico, posato i piedi su spiagge e colline incontaminate, bevuto acqua alla fonte, mangiato pesce delizioso. Cosa si può chiedere di più?
Prima di partire non avevo idea di quali meraviglie mi aspettavano!


MAPPA DEL VIAGGIO

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